I QUADRI DEL CARCERE DI ZEHRA DOGAN

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Zehra Dogan ha vissuto sulla sua pelle due drammi: essere donna libera e donna curda sotto il regime di Erdogan. Questa ragazza dell’ 89 si è fatta 3 anni di galera tra la sua città natale Diyarbakir, sulle rive del fiume Tigri, nel Sud della Turchia, Mardin e Trasor con la pretestuosa accusa di incitazione al terrorismo. Che aveva fatto di tanto grave ? Avea postato su Twitter un suo disegno nel quale reinterpretava in modo sarcastico la “conquista” turca della città curda di Nusaybin. Tre anni di galera per un disegno possono apparire una esagerazione anche per i reazionari più forcaioli ma in realtà, in questo caso, si è voluto colpire una voce dissenziente lucida, autorevole e preparata. Zehra Dogan infatti, oltre a possedere una solida preparazione artistica e un diploma in arte e design conseguito presso la locale università, è anche una giornalista femminista, molto attiva anche nel campo della difesa dei diritti delle donne. Nel 2010 fondò l’Agenzia giornalistica JINHA attraversò la quale diffuse varie campagna di sensibilizzazione, non ultima quella sulla persecuzione delle donne yazide nel nord dell’Iraq. Fronte scomdo anche questo per i poteri forti di Ankara, l’Agenzia venne chiusa nel 2016. Sopravvivere al carcere duro non è uno scherzo e ci si deve reinventare giorno per giorno la propria esistenza. Se un intellettuale come Gramsci a suo tempo ha elaborato quella grande mole di pensiero critico e riflessione oggi conosciuta come “Quaderni del Carcere” , l’artista grafica Zehra Dogan ha fatto qualcosa di simile elaborando i suoi “quadri dal carcere” , attingendo a piene mani dalla sua esperienza e dai suoi sogni, unico modo per un detenuto di proiettarsi attraverso i muri della prigione. Il primo impatto con le 60 opere dell’artista curda esposte fino al 6 gennaio presso il museo di Santa Giulia a Brescia è proprio questo. L’esigenza e la volontà dell’artista di essere “altrove” è evidente. I sogni, o meglio gli incubi, che in gran parte ispirano queste opere prendono possesso anche dell’osservatore che nell’ambiente quasi asettico della mostra rimane perplesso in prima battuta sui materiali utilizzati: fogli di giornale, carta da lettere, sangue mestruale, curcuma, fondi di caffè e nei momenti più fortunati vernice fatta arrivare chissà come, di nascosto. Poi si viene presi dagli incubi dell’artista e si entra nel suo mondo di sofferenza di donna libera in un mondo maschilista all’ennesima potenza e di minoranza etnica perseguitata. Il messaggio “politico” della Dogan è evidente e trascende l’attualità dei temi trattati. I mostri partoriti dagli incubi di Zhera sono parenti stretti di quelli di Goya, hanno la stessa genesi. Il sonno della ragione continua. Dalla Mostra si esce disturbati e indignati: il pensiero che nel XXI secolo si possano scontare 1022 giorni di carcere duro per aver espresso le proprie idee dovrebbe essere intollerabile per chiunque.